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Home - News - Produrre a chilometri zero e soprattutto senza delocalizzare

Produrre a chilometri zero e soprattutto senza delocalizzare
Il consulente Nicola Gianesin racconta due casi successo

la tribuna di Treviso, martedì 9 agosto 2011

Prosperare senza delocalizzare è possibile. «Il Veneto è pieno di esempi, come il Calzaturificio Ballin di Fiesso d'Artico, che ha raddoppiato il fatturato in due anni investendo in loco. O la Biemmereti di Falzè di Piave che sta crescendo puntando sulla produzione a kilometro zero - racconta Nicola Gianesin, consulente aziendale esperto in materia -. Solo alcune delle tante scommesse vinte dalle Pmi di casa nostra». Non ci sono pozioni magiche.

Non anti crisi secondo Gianesin. Per restare competitivi sul mercato senza spostarsi di un metro da casa propria servono innovazione, sensibilità ambientale e una sana dose di etica. Buoni propositi per seguire i quali non è detto, bilanci alla mano, che si debba guadagnare meno dei concorrenti fuggiti con le fabbriche all'estero. La delocalizzazione, infatti, non è sempre una mossa low cost. «I casi che abbiamo analizzato sono certamente uno diverso dall'altro - spiega il consulente aziendale di GC&P, società cresciuta alla Fornace dell'Innovazione di Asolo -.Il tratto comune però è che nessuna di queste realtà si è lasciata ammaliare dalle facili promesse della delocalizzazione. Un'alternativa sposata da diversi imprenditori Veneti in passato, molti tornati con le ossa rotte da paesi come la Cina, valida alternativa per le Pmi solo se si vuole aggredire il mercato.
Le imprese che abbiamo analizzato hanno invece reinvestito sul loro territorio avendo prima di tutto innovato il prodotto, tralasciando quindi le scorciatoie». Tra gli esempi viene citata la Biemmereti, ditta che fattura circa 12 milioni di euro e ha adottato una politica di produzione a chilometri zero, portando all'interno nuovi processi nella produzione tradizionale di reti in metallo e investendo in processi totalmente nuovi per i  prodotti complementari in legno. «L'organico ha segnato una crescita media annua del 16% negli ultimi 5 anni e una rete distributiva a livello nazionale che, una volta rivista, ha portato i suoi frutti» sottolinea Gianesin. «Ma la lista delle imprese messe sotto la lente è piuttosto nutrita.
Nell'alto vicentino, a Pove del Grappa, c'è la Caminetti Montegrappa, che ha in corso un piano di investimenti per la riconversione della manodopera per gestire la quadruplicazione dei volumi delle stufe a pellet avvenuta in questi 3 anni. Quindi nuovi prodotti, nuovo design, qualità ed affidabilità per conquistare i mercati anche se il manufatto, come in questo caso, viene dalla tradizione. Non bisogna però scandalizzarsi quando si parla di delocalizzazione, salvo poi non rinunciare a nuove strategie che possono far emergere casi di successo. L'unico vero neo, da noi, è la mancanza cronica di supporto istituzionale perché si tratta di processi che le piccole imprese fanno fatica a mettere in atto da sole».
L'outsourcing come viene chiamata la delocalizzazione in inglese, prevede che il cuore dell'azienda rimanga dove sta, ideazione e controllo innanzitutto, mentre tutto il resto può essere allocato nei paesi dove le condizioni del mercato del lavoro sono ritenute migliori. Spesso l'imprenditore si scontra tuttavia con una pessima qualità della forza lavoro, un livello altissimo di scarti nella produzione e altre disfunzioni del ciclo produttivo.
 
Enrico Lorenzo Tidona

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